Addio al superteste

Il testimone del delitto D’Antona non riconosce Casillo. E i pm accusano altri due di Ic
ALESSANDRO MANTOVANI – IL MANIFESTO – ROMA

Un altro clamoroso flop per i pm del pool antiterrorismo di Roma. Ieri mattina nel carcere di Rebibbia il superteste del Ros dei carabinieri si è sbriciolato, polverizzato, liquefatto. L’uomo, presente in via Salaria al momento dell’omicidio di Massimo D’Antona, ha puntato dritto dritto su una delle donne messe lì per caso invece di indicare Rita Casillo, la militante 33enne di Inziativa comunista sotto accusa dal 1 ottobre. Proprio lui aveva dichiarato, il 31 maggio scorso, di riconoscere in Casillo la donna vista il 20 maggio del ’99 accanto al killer che sparò a D’Antona.
Sotto scorta dopo le minacce telefoniche che ha denunciato, il testimone è arrivato a Rebibbia su una macchina blindata, coperto da un passamontagna. Poi lo scivolone del mancato riconoscimento. Casillo, a detta dei suoi legali Nino Marazzita e Antonella Schirripa, “era serena prima e dopo. Mi ha detto solo ‘sono contenta, ci vediamo dopo'”, ha raccontato l’avvocato Schirripa. La ragazza è tornata agli arresti domiciliari nell’ambito della diversa
inchiesta su Iniziativa comunista, che il 3 maggio scorso aveva portato alla cattura di otto militanti con l’imputazione di associazione sovversiva. Resta una coda di polemiche sull’aspetto di Casillo, che per gli inquirenti e per l’avvocato Luca Petrucci, parte civile per la vedova Olga D’Antona, si è presentata “dimagrita di almeno dieci chili”. Per la difesa “sta, al contrario, meglio di prima”, ha detto ancora Schirripa.
Che quello portato a Rebibbia non fosse un teste-chiave, ma solo uno dei tanti che in via Salaria videro ombre e sagome sfuggenti, era chiaro. Due ore dopo il delitto, il 20 maggio del ’99, quel testimone dichiarò alla Digos di aver visto fuggire, dopo l’agguato, “due persone, verosimilmente un uomo e una donna, entrambi con indosso un cappello da baseball”.
Descrisse la donna: “Sui 25-30 anni, alta circa 1.60-65, capelli neri sulle spalle e un vistoso rossetto rosso. Non ricordo – dettò a verbale – altri particolari”. Una settimana dopo, riascoltato sempre dalla Digos, aggiunse che il cappello, “con la visiera, copriva leggermente gli occhi, sui quali quindi non posso fornire particolari”. Proprio gli occhi, però, sono diventati l’aspetto cruciale del riconoscimento effettuato due anni dopo. Il 31 maggio scorso, negli uffici del Ros dei carabinieri, il testimone ha ricordato infatti di aver “incrociato lo sguardo” con la donna che fuggiva in via Salaria. Poi, quando gli inquirenti gli hanno mostrato foto e filmati, ha detto ancora: “Più la guardo e più mi ricorda la persona da me vista, le somiglia tanto tanto. Lo sguardo mi sembra quello della persona che ho incrociato. Lo sguardo così ce l’aveva e anche le labbra. Quando ho visto nel filmato la donna abbassare lo sguardo ho avuto un flash che mi ricorda proprio ciò che fece la donna il 20 maggio che prima mi guardò e poi abbassò lo sguardo verso terra”. Tra l’altro, l’uomo ha indicato Casillo ma anche un’altra donna, l’albanese Enkeleida Pulaj, tra quelle mostrate in foto dagli inquirenti, mentre ha escluso le
brigatiste Simonetta Giorgieri e Carla Vendetti e le altre militanti di Ic, Sabrina Natali e Barbara Battista. Come risulta dai verbali del 12 settembre scorso, c’erano stati contatti tra la vedova D’Antona e il testimone: proprio alla moglie del professore il teste confidò, per la prima volta nel maggio scorso, di essere in grado di riconoscere la donna vista accanto al killer.
A ogni buon conto, la difesa di Casillo ieri ha fornito ai cronisti l’alibi della ragazza, preannunciato da giorni e mai divulgato. Secondo l’avvocato Schirripa la giovane, che fa la fiosioterapista, “la mattina del 20 maggio ’99 ha cominciato le visite a domicilio non più tardi delle nove (l’agguato fu alle 8,20, ndr) tra Prima Porta e La Giustiniana, in una zona a nord di Roma ben lontana da via Salaria. Abbiamo – ha aggiunto – documenti della Asl Rm/E e dichiarazioni dei pazienti”. Per gli inquirenti il giro sarebbe invece cominciato alle 10 al Tiburtino, in un quartiere meno distante da quel tratto della Salaria. Casillo, hanno chiarito i pm, resta comunque tra gli indagati.
All’insuccesso del confronto all’americana, che riporta in alto mare l’inchiesta D’Antona, i pm hanno replicato con una contromossa, puntando nuovamente su Iniziativa Sul registro degli indagati, hanno fatto sapere, ci sono anche Norberto Natali, capo di Ic, e sua sorella Sabrina,
sindacalista della Cnl dell’Atac (l’azienda tranviaria romana) e militante di Ic. L’accusa è di banda armata, di più non si sa. Sabrina, 33 anni come Casillo, è nel mirino da tempo ma senza riscontri. L’accusa per Norberto – che oltre tutto è quasi cieco e aveva seri problemi di vista
(con tanto di invalidità) già nel ’99 – è invece nuova. “E’ una montatura politica, un nuovo caso Valpreda”, risponde il leader di Ic dalla casa in cui si trova ai domiciliari.

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